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Tuesday, October 07, 2008

Crisi finanziaria: esiste un'alternativa alla finanza tradizionalmente conosciuta?


Borse in ribasso. Crisi finanziaria. Il capitalismo viene rimesso in discussione. Ci si chiede se davvero non ci sia bisogno di rivalutare il ruolo dello stato, e chi salverà i nostri risparmi. Dall'America all'Europa, il panico serpeggia tra i risparmiatori e gli investitori.

Nel mondo arabo, regna la tranquillità. Gli esperti in finanza islamica confermano che le banche islamiche, proprio per la loro peculiare natura, non sono state toccate dalla crisi finanziaria. Al contrario degli istituti europei (ma soprattutto americani) si tengono e si sono tenute lontano dal debt trading e dalle speculazioni finanziarie. Adnan Ahmed Yousif, CEO del gruppo bancario Albaraka, in Bahrein, conferma: "Le banche islamiche non si basano sul trading del debito, poichè fondate sulla legge della Sharia. Di certo la crisi mondiale avrà degli effetti anche su di esse, ma si tratterà di effetti indiretti, dovuti in particolare ai fondi occidentali in cui le banche islamiche hanno quote d'investimento". Quote in proporzione talmente ridotta da non costituire affatto un rischio per il loro capitale.

A resistere meglio agli scossoni della crisi non sono dunque i prodotti di ingegneria finanziaria occidentale, bensì gli islamic bonds, i tradizionali sukuk, cioè obbligazioni compatibili con i dettami della Sharia, molto meno sofisticati ma certamente più sicuri in quanto rispettosi del principio che vieta di investire denaro in imprese finanziarie legate ad eventi a carattere incerto. Molti istituti di credito occidentali hanno intuito le potenzialità di tali prodotti al punto da aprirsi, seppur lentamente, a nuove prospettive d’investimento e a nuovi mercati. Dall'altra parte delle sponde del Mediterraneo, la Dubai Bank ha pianificato la vendita di 500 milioni di dollari in bond islamici, e sulla lunga scadenza ha in mente di emettere altri 5 miliardi di dollari per cercare di arrivare nel 2013 ad essere una delle maggiori banche finanziatrici islamiche, mentre il Dubai Banking Group, di proprietà della Dubai Holding, ha acquistato una quota del 40% della Bank Islam, una delle maggiori imprese bancarie della Malesia.

La finanza islamica ha già dimostrato il suo potenziale nel corso della crisi finanziaria asiatica del 1997-1998 (nata da una serie di speculazioni finanziarie che provocarono una forte svalutazione della moneta. La crisi provocò un ritiro dei capitali da parte degli investitori stranieri e delle banche, generando un forte indebitamento da parte delle aziende ed una forte recessione economica).

Le banche islamiche inoltre, continuano ad offrire un'ampia gamma di prodotti finanziari "alternativi" come l'Ijarah Bitamlik e la Murabaha, e per principio non accettano l'alto rischio insito nei prodotti finanziari tradizionali: ad ogni transazione corrisponde un'attività reale e tangibile,e in cui investire in operazioni rischiose, caratterizzate dall'incertezza e dalla speculazione, è paragonato al gioco d’azzardo, quindi vietato dal Corano.

Forse davvero a salvarci potrà essere il ritorno ai valori. Non le speculazioni, non il denaro al centro della vita dell'uomo, quel denaro, come dice Massimo Fini, "che nella sua estrema essenza, è futuro, proiezione del futuro, rappresentazione del futuro, immaginazione del futuro, aspettativa nel futuro. E noi ne abbiamo immesso nel sistema una quantità così colossale, immaginaria da ipotecare questo futuro fino a epoche così sideralmente lontane da renderlo di fatto inesistente".

Saranno dunque i valori più puri a salvare il mondo?